È importante

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La macchina corre veloce lungo l’autostrada. Sono arrivato a Bologna, mentre sarei dovuto andare con un regionale a Ravenna. Non era ancora possibile. Il seminario formativo per gli iscritti della provincia, programmato da mesi, ovviamente è stato annullato. Neanche a parlarne. Decido di andare lo stesso. Non voglio fare l’intruso in mezzo a tanto sgomento, ma mi continuo a dire: è importante. Per la verità mi vergogno non poco di andare per le strade con tanti ragazze e ragazzi che spalano fango. Sarò guardato storto, ne sono certo. Mi sono già imbattuto in questo disagio. Terremoto dell’Irpinia 1981, alluvione del Piemonte 1994. Ma ero dall’altro lato ed ero io a guardare con diffidenza chi veniva a sbirciare. Vieni – mi hanno detto –. È importante, per i nostri colleghi che hanno perso tutto, sapere che qualcuno può dare loro una mano, che anche la loro Cassa di Previdenza li aiuterà un po’. Solo un po’. Ci fermiamo ad aspettare delegati ed amici da Bologna, Forlì, Rimini, Ferrara che hanno voluto essere presenti. Qualcuno di loro ha lo studio sommerso, gli luccicano gli occhi e scopre che fra di loro c’è chi lo ha aiutato a spalare acqua. Un altro tira fuori una mappa che evidenzia le zone alluvionate. Ma è solo un tentativo, giornaliero, di iniziare a capirci qualcosa.
Cerco di arrampicarmi sugli specchi riprendendo le dichiarazioni del Governo, che ha prorogato anche il pagamento dei contributi (la Federazione degli Architetti PPC dell’Emilia- Romagna si era mossa in questo senso) ma non c’è ancora l’elenco dei comuni colpiti, anche perché non è stato nominato il Commissario straordinario e a Conselice, e chissà in quanti altri posti, l’acqua non ne vuole sapere di andare a dormire. Quando avremo l’elenco, potremo dire agli iscritti di quelle aree che se hanno avuto danni possono usufruire del nostro Regolamento calamità naturali, che consente la richiesta di contributi restituibili senza interessi. Ci muoviamo. Arriviamo a Faenza. Adesso l’alluvione si tocca con mano e sono io a guardare da dietro gli occhiali e il cellulare, con un paio di stivali nuovi e senza una macchia di fango addosso, chi sorride da sotto un cespuglio di capelli e fango fino ai piedi, lavorando con un’energia incredibile. ‘Mettetevi comodi’ – avrei detto nel 201° Seminario Inarcassa per scelta o necessità, a professionisti ravennati e dintorni – ‘parleremo di previdenza, di professione, di lavoro che cambia e di difficoltà’. Difficoltà! Adesso che molti hanno perso tutto o quasi, parlare di difficoltà è una bestemmia.
Accompagnati dalla Presidente dell’Ordine e da tecnici del Comune, ci incamminiamo e scopriamo quante ne ha combinate il Lamone. Un torrente che la cronaca ha fatto risalire a fiume e che si è preso la scena da protagonista.
La quantità di cose accatastate lungo le strade e i giardini, tirate fuori dagli angoli più bui di case piccole o grandi, è impressionante.
Con una furia incredibile, inaspettata e che nessuno avrebbe mai immaginato, il Lamone non ha guardato se dentro le case abitasse gente ricca o povera, non ha scansato macchine di lusso impegnandosi sulle utilitarie più vecchie, non ha scelto quel giardino o quell’altro, non ha esitato sullo scantinato appena ristrutturato o quello in disuso stracolmo di cose non più utilizzate, non ha pensato di evitare librerie piene di fumetti o riviste e inondare quelle con volumi più antichi, raccolti in anni d’università, di lavoro e di passione su mensole di legno, di ferro, vetro o plastica, semplicemente ricche di sogni e ora accartocciate su se stesse. Non ha guardato in faccia nessuno. Foto sorridenti ora sono messe ad asciugare su mobili e soprammobili nei cortili, insieme a computer accatastati, morti uno sull’altro, e a un campionario di elettrodomestici, un tempo tristemente bianchi e adesso vivacemente indistinti fra il marrone scuro e chiaro, cementati lungo marciapiedi stracolmi. Il disastro rende tutti uguali.
Percorriamo le vie, in una di queste uno studio professionale, composto da diversi ingegneri ed architetti associati, sfrattato ai piani superiori e stipato di faldoni in un disordine ordinato, ci attende. Raccontano dell’acqua che sale, mista a paura, dallo scantinato lungo le scale, di un tramezzo sfondato e nel frattempo cercano già di rispondere a clienti esigenti, quasi indifferenti a quanto accaduto. Le idrovore attaccate ai gruppi elettrogeni adesso sono silenziose, hanno già fatto il loro lavoro. Da quando la luce è tornata sono i deumidificatori a ronzare, ma il tanfo delle mura bagnate e il pavimento di legno perduto, del tutto o quasi, ci metteranno del tempo a farsi dimenticare. Alcuni cantieri non hanno avuto problemi e ci sono degli esecutivi in corso d’opera da preparare. Non vogliamo distrarli oltre e li salutiamo augurando il meglio. La prossima tappa è a 500 mt di distanza dalla passerella pedonale e dall’edicola di legno.
C’è un Architetto in pantaloncini corti, maglietta, stivali, badile, ciglia e capelli shampati con il fango, che ci aspetta. È il nostro dress code ad essere fuori luogo, non il suo. Ha avuto la casa/studio quasi completamento inondata. Tutto buttato, tutto da pulire e, grazie agli amici ed ai volontari che lo hanno aiutato, adesso almeno il pavimento è ritornato del suo colore. La sua compagna, storica dell’arte, ha perso le cose più importanti per chi è cresciuto a pane e architettura: i suoi libri.
Le mura si possono riverniciare, ma quelli non li potrà più rileggere. Alcune cose rimaste trovano posto sotto una tettoia ad asciugare, con la speranza che non piova. C’è un cartello di cantiere per la realizzazione del box/garage, dietro la casa/studio, che sorride beffardo dalla ringhiera del giardinetto, a ridosso di quello che rimane di una palma, piantata nemmeno un mese prima. Il garage/box può attendere, ci sono altre urgenze al momento.
Su via Lapi, avvicinandoci al Lamone, un capannello di ragazzi sta rifocillandosi a turno, senza smettere di spalare nello scantinato di un negozio che vendeva prodotti plastici e di gomma e che ad aprile aveva festeggiato i 40 anni di attività. Scendiamo con il proprietario: ‘attenti a non scivolare, mi raccomando’. Non c’è più nulla laggiù e le pareti grondano acqua. Un’auto con signora al volante fa sentire il suo clacson e offre, a chi vuole, un piatto di spaghetti al pomodoro appena fatti. Il più spilungone fra i ragazzi, neanche 16 anni, gli sorride chiedendo se sembrassero inappetenti o malati e, in un secondo, ecco comparire una zuppiera che prende il volo per una tavola imbandita su tubi di plastica.
Ci spostiamo verso la vecchia Faenza, per un appuntamento in Piazza della Libertà. Ma prima vogliamo passare da uno studio di altri professionisti. L’immobile un po’ stanco, cinto di mattoni rossi, sobrio ed elegante, nasconde un quieto cortile stracolmo di oggetti, dove indaffarati ragazzi spostano l’essenziale per adibire ad ufficio un locale, risparmiato dall’inondazione. Mi presentano 3 ragazze giovanissime neoiscritte Inarcassa. Non vedevano l’ora di mettersi a lavoro, ma non in questo modo. Una di loro si sposerà fra poco. A condividere il futuro con lei sarà un ingegnere, che più pragmaticamente, porterà il pane a tavola il 27 del mese, che non guasta in questi momenti. È molto importante. I due titolari dello studio, Lui e Lei, hanno deciso di ripartire, ma non da lì. Forse. Resilienti sì, ma da un’altra parte. Le commesse ricevute appena una settimana prima dell’alluvione richiedono certezze sul futuro delle consegne. Si stanno rimettendo lentamente in moto e sarà il cielo a dirimere il futuro. È una bella giornata di sole oggi, ma occorrerà il martelletto elettrico per rimuovere il fango, altro che vanghe.


In Piazza della Libertà fra i camion rossi dei vigili del fuoco primeggia l’unità mobile di radiocomunicazione della Croce Rossa Italiana insieme ad autoambulanze, mezzi di soccorso e volontari. Loro, li riconosci subito. Stanchi ma sorridenti, usciti fuori da gavettoni di fango, ingoiano una piadina in fretta e furia. Masticarla richiede più tempo. Troviamo dei tavolini e cerchiamo di fare memoria di quanto abbiamo visto, anche noi con piadine al centro, appena in tempo per salutare due professionisti di Lugo che sono venuti a trovarci.
Lei diversamente tedesca, lui lughese, anche loro con gli studi alluvionati. Fortunatamente i server si sono salvati, ma lo studio, al top delle certificazioni, si deve tutto reinventare. Gli infissi hanno tenuto ma il pavimento è saltato, spinto dall’acqua infiltratasi da sotto la strada.
Rifacendo il percorso indietro, da una catena di ragazzi, che si passano un secchio di fango l’un l’altro per svuotarlo, se ne affaccia uno chiedendoci dove stessimo andando, che lì c’era bisogno di aiuto e non di sguardi e commenti. Merito questo richiamo, ho fatto altrettanto più di 40 anni fa.
È ora di ritornare verso Bologna, non senza prima fermarsi a Castel Bolognese, a salutare un ingegnere che ha lo studio al piano terra della villetta dove abita. La scena è uguale: cambia la cornice ed il giardino fangoso, ma non la desolazione.
La via Emilia adesso è sgombra. I campi sott’acqua a destra e sinistra ci accompagnano e sembrano dire ‘non dimenticate’. Ritorno a Roma chiedendomi se è stato davvero importante essere andato lì. Forse qualche professionista si è sentito meno solo vedendo che il Presidente di Inarcassa ha voluto, anche se per poche ore, occuparsi di loro.
Forse. Ma se anche un solo professionista è stato contento di sentire la Cassa vicina, andare lì è stato importante. Lasciatemi poi dire che non c’è stato un solo collega che abbiamo incontrato che invece non mi abbia detto di ringraziare per quanto possibile questi splendidi ragazzi che con badile e stivali, stanchi ma felici, li stanno aiutando, rigettando indietro mille luoghi comuni sulla loro identità perduta.
Tutto questo allora è davvero importante.
Grazie a Gioia ed Euro, Francesca e Marco R., Max e Franco e Filippo, Franca e Lucio, Rita e Massimo, Giuliano e soprattutto Marco M. che sono certo correrà più di prima e che le cose più belle della sua vita devono ancora accadere.

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