Gregotti, l’architetto: “Un progetto deve sempre guardare al contesto”

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Simbolo della Milano della seconda metà del ’900 ha lasciato un segno indelebile nell’architettura italiana

Saggista, progettista, architetto. Vittorio Gregotti ha rappresentato per molti un punto di riferimento, soprattutto a Milano e in Lombardia. È stato per il capoluogo meneghino uno dei simboli del rinascimento culturale e sociale della città nel secondo dopoguerra. È morto a Milano il 15 marzo scorso colpito da una grave polmonite causata dall’epidemia di Coronavirus.
Tra gli anni Sessanta e Settanta i suoi testi sono un punto di riferimento per gli studenti di architettura. Poi dall’inizio degli anni Ottanta fino alla metà degli anni Novanta i suoi editoriali sulla Rivista “Casabella” sono stati fonte d’ispirazione per gli architetti più giovani, in un momento in cui modernismo e razionalismo si scontrano con il Post-Modern che viene da Oltreoceano, con i suoi iconici grattacieli e i mastodontici centri commerciali.
 
Gregotti Associati, Soci e collaboratori
 
Vittorio Gregotti, Lodovico Meneghetti, Giotto Stoppino, Fiera di Novara. Ingresso, 1953. ©Comune di Milano, CASVA
 
Gregotti prese le distanze dalle teorie e dai modelli architettonici dominanti, ereditati dal movimento moderno, per ispirarsi alla cultura locale e regionale. Ogni edificio deve entrare in “vibrazione” con l’ambiente circostante. E per ottenere ciò, il progetto tiene sempre conto della storia del luogo che ospiterà le sue opere. Nessuna astrazione, quindi. Perché per Gregotti l’architettura è funzionale a ciò che la circonda o non è. Nei suoi progetti è stato talvolta influenzato dai nuovi razionalisti italiani che avevano indotto un riorientamento della creazione architettonica in relazione al luogo. In ogni caso, il suo approccio all’architettura ha sempre tenuto conto di due principi anti-modernisti: il rifiuto della tendenza universalizzante del razionalismo modernista e l’accoglienza delle tradizioni locali nelle logiche progettuali e costruttive.
Gregotti ha realizzato moltissimi progetti sia in Italia che all’estero, che sono ancora oggi oggetto di studio e approfondimento. Tra le opere che hanno riscosso maggiore successo c’è la riqualificazione del quartiere milanese Bicocca con la sua Università. Sempre a Milano, nel 1997 Gregotti ha realizzato il famoso Teatro Arcimboldi, mentre a Barcellona ha progettato lo stadio olimpico che ha ospitato i Giochi olimpici del 1992. Ma questo non è l’unico stadio che ha progettato: ci sono anche quello di Agadir in Marocco e il Luigi Ferraris di Genova. Tra le opere a cui Gregotti era più affezionato e tra le sue ultime realizzate, c’è il teatro lirico di Aix-en-Provence, in Francia, ma anche il Centro Culturale Belem di Lisbona.
 
Gregotti Associati, Studio per “PARIS 1989 EXPOSITION UNIVERSELLE. Mission d’étude et de préfiguration. Rapport de l’atelier d’urbanisme et de palstique”, 1982-83. ©Comune di Milano, CASVA
 
Gregotti Associati, <i>Progetto della sede
della Fondazione Gian Giacomo Feltrinelli</i>,
Milano, 1981. ©Comune di Milano, CASVA Gregotti Associati, Progetto della sede della Fondazione Gian Giacomo Feltrinelli, Milano, 1981. ©Comune di Milano, CASVA
 
Nonostante il grande successo riscontrato in tutto il mondo, la sua vita professionale ha avuto anche qualche ombra. Due sono le opere molto controverse che hanno visto lunghi ed estenuanti dibattiti e svariate critiche: il quartiere Zen di Palermo e l’Università di Arcavacata in provincia di Cosenza. A Gregotti l’architettura italiana deve molto, soprattutto deve la sua diffusione internazionale, grazie alle sue partecipazioni a corsi e conferenze in Gran Bretagna, Giappone, Stati Uniti e America del sud. Ha tenuto negli anni la rotta senza ascoltare il canto delle sirene che lo invitavano a seguire le mode del momento. I suoi progetti ponevano l’arte (in tutte le sue sfaccettature) al centro. Il suo amore per la musica lo si rintraccia nel progetto del Centro Culturale di Belém, firmato con Manuel Salgado. Qui Gregotti propone un ambiente interno che reinterpreta il teatro lirico: nel volume, quasi cubico, gli ordini dei palchi si allineano su pareti che piegano ad angolo retto, smontando completamente l’idea delle “finestre” che si affacciano sulla platea del tradizionale teatro a ferro di cavallo. Sempre alla musica è “consacrata” la sua sperimentazione sugli edifici che ospitano eventi musicali realizzata con il Teatro degli Arcimboldi, immaginato per sostituire la Scala in un periodo di profonde ristrutturazioni. Se a Belém la ricerca architettonica guarda all’interno, a Milano Gregotti guarda all’esterno. L’edificio si trova in periferia e contravviene alla regola non scritta per la quale un teatro lirico debba essere al centro della città. Per questo l’architetto qui ha cercato linee che potessero connettere l’edificio al contesto ex industriale.
Gregotti è stato anche un grande saggista. Tra le sue opere ricordiamo “Il territorio dell’architettura” del 1966. È considerato da molti un vero e proprio classico della letteratura dello scorso secolo nel quale l’architetto affronta aspetti pratici dell’architettura, dall’utilizzo dei materiali al rapporto dell’architettura con la geografia e con la storia. In quest’opera Gregotti sviluppa una concezione della pratica architettonica non come si farebbe in un trattato “ma piuttosto come un esercizio”, volto a definire “il campo di competenza e l’articolazione esistente tra le discipline del progetto architettonico”. Insomma, da questo libro emerge un Gregotti che vuole far dialogare la geografia con i segni architettonici, sovvertendo la metodologia della progettazione. Altra nota opera è “La città visibile” del 1991. In questo libro l’autore prende atto del cambiamento che è avvenuto nei precedenti 40 anni tra gli architetti, sempre più attenti al contesto geografico e storico, con progetti che diventano “dialogo tra l’esistente e le modifiche che farà”. Il libro si pone, attraverso esempi concreti, la domanda su come progettare una città, partendo “dalla città stessa e dalla sua storia”, pur rimanendo sempre aperta la possibilità di proporre un “nuovo stato di equilibrio”, che si basi su “riordino e chiarezza”, elementi imprescindibili in architettura.
 

 

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