Dopo l’emergenza Coronavirus per riavviare la ripresa è necessario sburocratizzare

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In seguito al crollo immobiliare del 2008 che tanto impatto negativo ha avuto sulla professione di ingegneri e architetti, molti analisti e commentatori definirono la crisi come un’opportunità di cambiamento che avrebbe potuto facilitare la ripresa.
Ma a 12 anni dal crollo, questo cambiamento non è mai arrivato. Oggi architetti e ingegneri liberi professionisti si ritrovano a fare i conti con una nuova crisi che, da emergenza sanitaria, sta avendo gravissime ripercussioni su tutti i settori dell’economia.

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Se è vero che l’emergenza Coronavirus ha costretto al blocco di quasi tutte le attività e al distanziamento sociale, si possono intravedere alcuni aspetti positivi come l’estensione dello smart working, lo shopping on line, il cambiamento di tante piccole abitudini che a ragion veduta non erano poi così essenziali. Resta però indiscutibile il fatto che rispetto alla crisi del 2008 il Covid-19 è tutt’altra cosa rispetto alla bolla immobiliare sia per estensione geografica sia per i settori economici che colpisce.
Oggi l’’opportunità’ è diventata una necessità inderogabile perché senza un deciso cambiamento, a nulla serviranno finanziamenti e proroghe, ridotti a dei meri palliativi se gli architetti e ingegneri non saranno in grado di riprendere a lavorare e di produrre ricchezza. Se è vero che le opere pubbliche, l’edilizia e il settore immobiliare sono assi portanti dell’economia di un Paese, è pur vero che non ci sarà possibilità di ripresa per questi settori e di conseguenza per le professioni se non si renderà inoffensivo il “mostro burocratico” ovvero quel sistema che, con lacci e laccioli, rende tutto lento e difficoltoso.
Burocrazia secondo la Treccani è “quell’insieme di apparati e di persone al quale è affidata, a diversi livelli, l’amministrazione di uno Stato o anche di enti non statali”. Ne consegue che se fosse tra i primi obiettivi della politica e degli amministratori, il problema sembrerebbe risolto rapidamente. Purtroppo non è così. Lo sanno bene i professionisti che tutti i giorni devono affrontare quegli apparati ed enti citati nella definizione della Treccani. Spesso i tentativi di semplificazione con l’introduzione di nuove norme hanno finito per aggravare la situazione.
Volendo al contrario riconoscere la buon fede del legislatore nell’affrontare il problema della semplificazione e valutare alcuni atti positivi quali l’autocertificazione, le procedure asseverate e la stessa legge 241/90 sul procedimento amministrativo, non è possibile ignorare il fatto che, in conseguenza del quadro normativo troppo vasto e spesso di incerta interpretazione, questi tentativi non hanno in realtà prodotto gli effetti auspicati. Dobbiamo quindi prendere atto che il problema è rimasto irrisolto e diventa più critico che mai in un periodo di crisi come quello attuale, periodo in cui, tra l’altro, mentre nel privato si è continuato per quanto possibile ad operare, nel pubblico vi è stata una semiparalisi con tutte le conseguenze immaginabili.
Non a caso il testo del “decreto semplificazioni” n. 76 del 2020 prevede – tra le altre cose – semplificazioni in materia di contratti pubblici ed edilizia e semplificazioni nei procedimenti e sulla responsabilità degli amministratori.
In questo caso è apprezzabile la volontà del legislatore di affrontare il problema e in certi casi di risolverlo magari con provvedimenti temporanei. Ma non è possibile non rilevare che la risoluzione non sta solo nell’applicazione della norma ma anche nella norma stessa a causa del quadro normativo troppo complesso e incerto. E ciò interessa in modo trasversale vari organi amministrativi dello Stato.
Sicuramente sarebbe necessaria una riforma di tutta la materia che nel caso delle opere pubbliche, dell’urbanistica e dell’edilizia oltre alla revisione e semplificazione delle normative, dovrebbe anche regolare le competenze tra Stato, regioni, province, comuni e città metropolitane.
Riforma che, data l’emergenza del momento, è purtroppo solo auspicabile in un prossimo futuro.
Anche l’adozione del vecchio modello che “consente di fare tutto quello che non è espressamente vietato” sarebbe auspicabile e sicuramente più semplice. Tuttavia, indicare ciò che è vietato richiede comunque del tempo che al momento non c’è.
In questo istante che potremmo definire di “standby” si stanno rimandando, per sopravvivere, tutti gli adempimenti possibili. I tempi stringono e recuperare in fretta quanto perso è necessario più che mai, anche perché i vari decreti, emessi con urgenza e contraddistinti in genere da gradevoli diciture a testimonianza della buona volontà del legislatore, spesso non hanno ottenuto l’effetto sperato ragion per cui sarebbe forse opportuno utilizzare provvedimenti forti e di sicuro effetto.
È fuori discussione che il Covid-19 sia un evento eccezionale sicuramente per le drammatiche conseguenze sanitarie ma anche per l’eccezionale crisi economica che ne consegue. Crisi che dovrebbe essere contrastata con interventi eccezionali e immediati per non correre il rischio di rendere irreversibili questi danni.
Sono forse utili contro la burocrazia provvedimenti temporanei, di poche pagine, chiari e con pochi dubbi sull’interpretazione. Se infine questi provvedimenti, anche se giustificati dall’emergenza e dalla temporaneità, non risultassero fattibili rimarrebbe solo il cosiddetto “Modello Genova” con nomina di commissari a livello statale e locale che abbiano il potere di decidere in modo da dare delle risposte certe e in tempi rapidi, consentendo la possibilità di cogliere quelle opportunità che potrebbero capitare al momento della ripresa.
In una vecchia intervista il magistrato Raffaele Cantone disse che “in Italia sburocratizzare vuol dire avere le mani libere dai controlli”. Ma non è detto che debba essere necessariamente così.

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