Tutti i salmi finiscono in gloria

Tutti i salmi finiscono in gloria

Come nella miglior tradizione, in epoca preelettorale inizia la gara a chi la dice più grossa. Così, nei giorni scorsi abbiamo assistito, non senza una certa irritazione, al lancio del “grande progetto per il Paese” che prevede l’assunzione di mezzo milione di nuovi dipendenti nella Pubblica Amministrazione. Stavolta però a definirlo un “annuncio preoccupante e pericoloso” non è stato l’avversario di una fazione politica, bensì il prof. Sabino Cassese, giudice emerito della Corte costituzionale. Difficile dargli torto. E non solo perché, da liberi professionisti, sopportiamo ogni giorno il peso del pessimo governo di una P.A. sempre più gravosa e penalizzante. Ma soprattutto perché, come spiega questo grande giurista, “si è subito riaffacciata l’idea di riabbassare l’età della pensione per i dipendenti pubblici, per far balenare speranze aggiuntive, mettendo insieme due spinte: le attese di chi vuole entrare e le speranze di chi vuole uscire.” Per far quadrare i conti si torna a pescare nel sistema pensionistico nazionale. Tutti i salmi finiscono in gloria.

Da previdenzialisti, siamo costretti ogni giorno a districarci all’interno di una struttura normativa farraginosa, tra le più burocratiche d’Europa. E che fatica dover spiegare ai nostri iscritti, già oberati professionalmente da mille incombenze amministrative, che gli adempimenti cui Inarcassa è soggetta mutano con uno ‘stormir di fronde’ ad ogni cambio di stagione, inibendo di fatto iniziative e attività. Prendiamo ad esempio il Jobs Act dei lavoratori autonomi. Esso contiene norme tese a migliorare le tutele dal punto di vista contrattuale, fiscale ed assistenziale. Benissimo, abbiamo detto. Accanto a norme direttamente precettive, il provvedimento contiene un’importante delega al Governo per l’emanazione di decreti legislativi legati allo sviluppo della previdenza complementare e integrativa dei liberi professionisti. Ottimo, abbiamo ripetuto. L’obiettivo è ampliare il campo di azione delle Casse di previdenza che, con risorse ad hoc si potranno far carico, dopo le verifiche di sostenibilità attuariale e le autorizzazioni d’obbligo, di una ulteriore quota di welfare professionale. Fantastico, abbiamo esclamato. Peccato che la proposta di una Long Term Care a favore dei nostri associati non riscuota alcun favore presso i ministeri vigilanti dal lontano 2014.

Dal macro al micro, dai grandi sistemi alla vita quotidiana. Una recente indagine della confederazione dell’artigianato e della piccola e media imprenditoria (CNA), fa sapere che la burocrazia ‘costa’ alle imprese 22 miliardi ogni anno. Anche i nostri studi professionali di architetti e ingegneri – che altro non sono che piccole o piccolissime imprese – ne sopportano il peso, sia in termini di costi sia per dispendio di energie.

Noi privati siamo stati attratti nella P.A. ma in questa P.A. non ci riconosciamo. La pubblica amministrazione non ha bisogno di quantità ma di qualità. Servono impiegati e funzionari formati nelle scuole migliori del Paese, così come i civil servant inglesi arrivano da Oxford e Cambridge ed i grands commis francesi dall’ENA e dalle Grandes Ecoles. E una classe dirigente che sappia incarnare gli interessi generali e combatta per affermarli. È un compito lungo e difficile, a cui la politica ancora una volta si sottrae optando per la rincorsa ai facili consensi. Ad esclusivo beneficio di una traboccante e tentacolare burocrazia capace soltanto di generare immobilismo. Dobbiamo affidarci dunque alle intelligenze artificiali? Forse sì, se non vogliamo trasformare i nostri salmi in un requiem per il Paese.

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