Primi fra gli ultimi o ultimi fra i primi

Editoriale

Abbiamo sconfitto  la povertà. Così, l’attuale  governo ha salutato il varo della Manovra del Popolo riaprendo, di fatto, l’annoso cantiere-pensioni con l’introduzione del reddito e della pensione di cittadinanza, con la cosiddetta quota 100 e aggredendo le “famigerate pensioni d’oro”.
Difficile  dar torto alla Fornero, che, dai microfoni  di una radio, ammonisce: “non si può fare una controriforma delle pensioni senza considerare la realtà demografica  del Paese. (…) In ballo non c’è solo il presente, ma il domani di chi oggi è giovane e di chi, addirittura, deve ancora nascere”.
È vero, la sua fu una riforma durissima ma necessaria, senza la quale l’Italia  sarebbe sprofondata nel default. Il sistema contributivo fu imposto dal mutamento del contesto economico e della struttura  demografica del Paese. All’interno  di quel passaggio epocale, Inarcassa scelse di disegnare un proprio modello, per molti aspetti differente da quello più rigido voluto dalla Fornero, che conserva gli elementi solidaristici del precedente sistema. Abbiamo sempre puntato a tutelare i diritti maturati dagli iscritti rivolgendo un’attenzione particolare alle prestazioni delle generazioni più giovani. Generazioni che riceveranno a regime importi di pensione commisurati ai contributi versati, ma più esigui rispetto al passato, anche per effetto delle dinamiche reddituali e salariali.
È inutile nascondersi dietro un dito: i benefici che una volta erano liberamente distribuiti, oggi si sono ridotti in valore assoluto e vanno ripartiti  secondo principi al tempo stesso di equità strutturale e sostenibilità nel lungo periodo. Ma lasciatemi sottolineare che le Casse, anche quando erano enti pubblici, non hanno mai applicato istituti  – uno per tutti, la pensione ‘baby’ – che hanno portato al grave disavanzo della previdenza italiana.
In qualsiasi sistema a ripartizione, il buon funzionamento del mercato del lavoro, in termini di tassi di attività  e di occupazione, è requisito fondamentale e imprescindibile  per la sua sostenibilità  di lungo periodo e per l’adeguatezza delle prestazioni, indipendentemente dal metodo di calcolo prescelto, sia esso retributivo o contributivo. E chi governa non dovrebbe far confusione finanziando la previdenza con i prelievi fiscali e lo stato sociale con i contributi che gravano sul lavoro. L’attenzione della Manovra del Popolo continua ad essere rivolta al mondo del lavoro dipendente. Ancora una volta nessuno sembra voler ricordare che i liberi professionisti sono anch’essi cittadini italiani, che soffrono in misura uguale le difficoltà del Paese, per di più privi di qualsiasi tutela  come la Cassa integrazione, e che quindi in caso di bisogno si attendono il diretto sostegno dello Stato al pari degli altri.
Rappresentiamo una parte attiva della nostra economia e abbiamo il dovere di concorrere alla crescita, ognuno nell’ambito del proprio ruolo e con i propri mezzi. Ma è tempo che si rigenerino  le infrastrutture, le costruzioni e l’edilizia con tecnologie innovative, sicure e rispettose del territorio. Abbiamo strumenti, volontà e know how per competere con i paesi più avanzati e offrire ai nostri figli un futuro migliore. Diversamente, assisteremo impotenti al governo di un Cambiamento, non ‘bello’, che condurrà l’Italia  nell’arretratezza e ci farà essere primi fra gli ultimi, anziché ultimi fra i primi.

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