Architettura ad alta quota<br> I sei musei alpini <br>di Reinhold Messner

Architettura ad alta quota
I sei musei alpini
di Reinhold Messner

Le esposizioni raccontano il rapporto uomo-montagna tra vecchi castelli e progetti delle archistar

Sei musei. Sei perle incastonate tra valli e picchi. Sei modi diversi di raccontare la montagna, i suoi volti, i suoi eroi. Un’idea nata dal grande alpinista Reinhold Messner che ha realizzato questi spazi espositivi tra Alto Adige e Cadore, per raccontare il suo habitat naturale, fatto di pareti di roccia, prati verdi e salite. “Ho dedicato alla montagna e alla sua cultura un progetto museale composto da sei strutture che sorgono in sei località straordinarie del Sudtirolo e del bellunese”, spiega l’alpinista sul suo sito web. “I sei musei del circuito Messner Mountain Museum (MMM) sono luoghi in cui incontrare la montagna, la sua gente e anche noi stessi. Ogni visita è come un’escursione in quota, particolarmente consigliata con il bel tempo”.

Reinhold Messner. Foto Pixabay

 


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Corones: dall’idea di Messner, al disegno di Hadid. Ogni museo è realizzato all’interno di vecchi edifici recuperati o in nuove strutture spesso erette in luoghi impensabili. Il più affascinante è certamente il “Corones”, edificio disegnato dall’architetto irachena Zaha Hadid e costruito in cima al Plan de Corones nel punto d’incontro tra val Badia, Valdaora e val Pusteria nei pressi della città di Brunico. Ultimo museo ad essere stato completato è oggi forse la struttura più famosa e apprezzata delle sei. Qui si fonde in un unico elemento l’esposizione e l’edificio dall’inconfondibile disegno di Hadid. La struttura guarda alla montagna e allo stesso tempo ne fa parte come un cannocchiale appoggiato alla roccia. Dal suo balcone e dalle sue vetrate, lo sguardo spazia in tutte e quattro le direzioni cardinali, anche oltre i confini provinciali, dalle Dolomiti di Lienz a est fino all’Ortles a ovest, dalla Marmolada a sud fino alle Alpi della Zillertal a nord. “Le vetrate del museo restituiscono le immagini della mia infanzia come le Odle e il Pilastro di Mezzo del Sasso di Monte Croce, l’ascensione più difficile della mia vita, così come i ghiacciai granitici che sovrastano la valle Aurina”, spiega Messner. Proprio sulla cima di Plan de Corones si trova, quindi, il primo edificio dell’Alto Adige costruito secondo criteri parametrici. Zaha Hadid era famosa per la sua architettura in forma libera, basata su tecniche di progettazione digitali. La natura e l’ambiente circostante giocano un ruolo decisivo, le forme architettoniche sembrano fondersi con la realtà esterna. La scelta del cemento per i rivestimenti esterni e interni è dovuta al fatto che nessun altro materiale si presta altrettanto bene ad essere gettato in tutti i volumi immaginabili. Inoltre è quello che più assomiglia alla roccia, sia da un punto di vista ottico che tattile. Il museo ha uno sviluppo prevalentemente sotterraneo su tre livelli: i visitatori, una volta entrati, scendono all’interno della montagna attraverso un sistema di scalinate enfatizzate da tagli di luce incassati nelle pareti di calcestruzzo. Lungo il percorso, il visitatore entra in tre gallerie che escono dalla roccia e si proiettano fuori e raccolgono la luce brillante dei 2.300 metri d’altitudine. Per Messner, questo deve essere un luogo del silenzio e della decelerazione che offre panorami indimenticabili, uno spazio in cui ritirarsi e guardare il cielo.

 

Gli interni del “Corones”. Foto Alexa Rainer

 

Firmian, il museo nella fortezza longobarda. Altro suggestivo museo è il “Firmian”, realizzato all’interno del Castel Firmiano, alla confluenza dei fiumi Adige e Isarco, a sud-ovest della conca di Bolzano. Fu antica fortezza di frontiera longobarda e poi, dal 1027, fu sede dell’amministrazione dei principi-vescovi di Trento. Rappresenta uno dei primi esempi di architettura difensiva. Il castello ha anche un valore simbolico per i sudtirolesi: nel 1957 Silvius Magnago convocò lì la più grande manifestazione di protesta per denunciare il mancato rispetto del Trattato di Parigi e per reclamare, al grido di “Los von Trient”, il diritto all’autonomia. L’edificio è stato recuperato grazie a un progetto dell’architetto Werner Tscholl che ha curato anche l’allestimento degli spazi espositivi. Tscholl, attraverso l’uso di acciaio, vetro e ferro, concepisce il restauro come intervento di conservazione del preesistente, garantendo sempre la possibilità di ripristino dello stato originale. Le coperture in vetro delle torri, ad esempio, non sono visibili dall’esterno, così come non lo sono tubature e cavi elettrici.

Dolomites, nel forte cadorino della Grande Guerra. Altro importante recupero architettonico ha permesso di realizzare il Museo “Dolomites” sul Monte Rite (2181 m), nel cuore delle Dolomiti tra Pieve di Cadore e Cortina d’Ampezzo, all’interno di un forte della Grande Guerra. Il forte fu costruito sulla cima del Rite tra il 1912 ed il 1914 e poi abbandonato dopo il conflitto. Dal 2002 il forte, al termine di un restauro durato quattro anni, ospita il “Dolomites”. La fortificazione caduta in rovina è stata sottoposta a un ampio intervento di recupero che ha visto anche la realizzazione di nuovi moderni edifici. Dalle antiche postazioni dei cannoni, ad esempio, sono stati ricavati tre punti di osservazione racchiusi in volumi architettonici in vetro di forma irregolare. Il recupero è stato affidato agli architetti padovani Enzo Silviero e Paolo Faccio, che hanno scelto un’impostazione conservativa, privilegiando il recupero e il riuso dei materiali.

Juval, la casa-museo di Messner. Arroccato su un’altura nella splendida val Venosta, Castel Juval ospita l’omonimo museo. L’edificio fu costruito da Hugo von Montalban nel 1278. Nel 1913 Juval venne acquistato dall’olandese William Rowland che lo restaurò in modo esemplare anche se durante la seconda guerra mondiale fu abbandonato. Scoperto da Messner nel 1983, il castello torna a vivere attraverso un importante restauro che unisce tra loro le mura medievali con elementi moderni e collezioni d’arte. Qui vive la famiglia Messner.

Il Ripa di Brunico, dove le Alpi incontrano il Tibet. Non lontano dal “Corones”, c’è il “Ripa” (che in lingua tibetana significa “uomo-montagna”), ospitato nel Castello di Brunico. La prima citazione, con il nome di castrum Bruneke, risale al 1271. Sotto il dominio del principe vescovo Albert von Enn (1324-1336), il castello e le fortificazioni vennero ampliate e collegate tra loro. Divenne nell’800 una prigione e cadde in rovina. Il primo recupero fu a opera del principe vescovo Simon Aichner. Nel 1969, i locali del castello furono trasformati in aule scolastiche. Il castello reca i segni di vari interventi di ristrutturazione e ampliamento in stili diversi: dal gotico al rinascimento. Tra il 2009 e il 2011 il castello è stato sottoposto a lavori di recupero e adattamento secondo un progetto dello studio EM2 degli architetti Kurt Egger, Gerhard Mahlknecht e Heinrich Mutschlechner. L’intervento ha permesso di ricavare ulteriore spazio espositivo nei sotterranei del cortile basso, mentre le nuove strutture non hanno modificato l’aspetto del castello anche grazie all’uso di materiali visivamente poco impattanti come il legno grigio chiaro, vetro e acciaio.

Ortles, il museo sotterraneo dedicato al ghiaccio. L’ultimo museo è l’“Ortles”, dedicato al tema del ghiaccio e allestito in una moderna struttura sotterranea, nei pressi di Solda, a 1900 metri di quota. Con l’architetto venostano Arnold Gapp, Messner ha realizzato un museo unico. Lo spazio principale del museo è all’interno di una piccola collina. Una volta all’interno si scende lungo una rampa verso una caverna artificiale. La luce naturale entra dall’alto attraverso un taglio sul soffitto, come il crepaccio di un ghiacciaio. 

 

“L’ARCHITETTURA È LA CORNICE DELLE OPERE CHE ESPONIAMO”

Intervista a Magdalena Messner, direttrice degli MMM

Magdalena Messner. Tourismusverein Eppan. Foto Marion Lafogler

I sei musei di Reinhold Messner occupano spazi realizzati da archistar o sono inseriti all’interno di vecchi edifici recuperati. Quanto è importante l’architettura per raccontare i messaggi contenuti nelle varie esposizioni?
“L’architettura dei nostri musei, unitamente al paesaggio circostante, fa da cornice alle opere che esponiamo. La struttura architetturale, le opere e il paesaggio circostante, mostrano caratteristiche che si intrecciano, si influenzano a vicenda, e in qualche modo coesistono in una sorta di simbiosi. Molto spesso sono state le antiche strutture degli immobili già esistenti, che abbiamo naturalmente dovuto rispettare, a risultare fondamentali nella creazione delle esposizioni.”

Il “Corones” è stato realizzato sul progetto dell’architetto iraniana Zaha Hadid. Quanto le idee di Reinhold Messner hanno influenza- to la realizzazione di questo edificio?
“L’idea di realizzare il “Corones”, un museo sotterraneo che emerge dalla cima della montagna, è di mio padre Reinhold. Zaha Hadid ha concepito il particolare design che lo caratterizza. Le tre finestre panoramiche, come basi di osservazione dirette verso delle montagne ben precise, sono frutto del pensiero e delle indicazioni date da mio padre agli architetti.”

 

In che modo l’architettura del “Corones” influisce sull’esposizione e sul paesaggio esterno?
“Questa struttura si inserisce nel paesaggio della montagna che lo ospita, senza eccessi, mostrandosi con discrezione. Ritengo che questo costituisca un esempio di come si possa realizzare un’opera nella natura, senza deturparla. La tematica che raccontiamo nel “Corones” è rappresentata all’interno, così come all’esterno del museo. Le opere esposte parlano delle montagne, che dalle finestre panoramiche si possono osservare, da dentro, ma anche da fuori in quanto all’esterno riflettono le immagini e mostrano a coloro che ci si specchiano, se stessi e le montagne circostanti. Per noi è stata una vera sfida allestire il museo. La particolare architettura interna, le pareti curve e i soffitti irregolari, non permettevano di seguire le pratiche più comuni. Anche soltanto appendere un quadro, mantenendo l’armonia delle linee rispetto alle pareti, non è stato facile. Ma ora siamo felici del risultato.”

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