I luoghi del pensiero<br> i rifugi dei filosofi<br> in mostra a Venezia

I luoghi del pensiero
i rifugi dei filosofi
in mostra a Venezia

La Fondazione Prada di Venezia ospita la mostra Machines à penser dove sono esposti i modellini delle capanne di alcuni pensatori

In occasione della Biennale Architettura 2018 di Venezia, nelle sale di Cà Corner della Regina, dal 2011 sede della Fondazione Prada, è in corso la mostra Machines à penser curata da Dieter Roelstraete. Si tratta di una mostra raffinata e complessa, che ruota attorno alla tipologia architettonica della capanna intesa come luogo in cui rifugiarsi per meditare, luogo dedicato alla riflessione e al pensiero, ovvero, metaforicamente, machine à penser.

Tre le personalità della filosofia del XX secolo individuate dal curatore, elette a soggetto/oggetto dell’esposizione, il cui filo conduttore sono i luoghi fisici o mentali che favoriscono la riflessione e il pensiero: Martin Heidegger (1889- 1976), Ludwig Wittgenstein (1889- 1951), Theodor W. Adorno (1903-1969).

Heidegger e Wittgenstein, pur su posizioni filosofiche divergenti, hanno condiviso la passione per la vita ritirata. Heidegger ha trascorso lunghi periodi nella baita a Todtnauberg, nella Foresta Nera; Wittgenstein nel fiordo norvegese di Skjolden. Le loro opere sono state concepite in larga parte proprio in queste piccole abitazioni in legno. Adorno invece, a causa dell’affermazione del nazismo, si rifugia dapprima a Oxford, poi a Los Angeles, dove scrive Minima Moralia, un insieme di aforismi che indagano il tema dell’emigrazione forzata.

La mostra raccoglie opere d’arte che testimoniano come la necessità dei tre filosofi di avere un luogo di ritiro intellettuale, sia poi diventata un tema di riflessione per gli artisti contemporanei. Lo si comprende fin dalle sale al piano terra e poi salendo al piano nobile del settecentesco palazzo su un percorso che approfondisce le figure di questi co-protagonisti del pensiero filosofico del primo Novecento nel più complesso rapporto tra filosofia, architettura, arti visive. Come scrive Roelstraete in catalogo “L’isolamento, sia che sia stato scelto sia che sia stato imposto, sembra averne influenzato il pensiero di questi filosofi”.

Al piano nobile di Cà Corner della Regina è riproposta la baita di Heidegger nella Foresta Nera, dei tre rifugi, senza dubbio la più nota. Costruita nei primi anni venti del Novecento, ancora di  proprietà della famiglia, sorge ai margini del villaggio di Todtnauberg. Qui Heidegger scrisse Essere e Tempo (1927). In mostra è evocata da una ricostruzione in scala ridotta all’88%, e ospita una serie di fotografie del filosofo e della moglie, realizzate tra il 1966 e il 1968, oggetti in ceramica e stampe di due opere d’arte originariamente presenti nella casa. Alcuni lavori di artisti contemporanei, come Giulio Paolini si concentrano sull’influenza del pensiero del filosofo sulla concezione dell’abitare e dell’essere.

Affascinante e complesso il rifugio di Wittgestein, nel fiordo di Skjolden, dove il filosofo scrisse il Tractatus Logicus Philosophicus (1922). All’interno della casa, riprodotta in scala ridotta all’88%, sono esposti l’unica scultura realizzata dal filosofo, Head of a girl (1925), e alcuni oggetti personali.

Infine, Adorno’s Hut, la “capanna” del tutto particolare di Adorno. Il filosofo tedesco, in realtà, non ha mai avuto una baita dove trovare rifugio. Ian Hamilton Finlay, poeta e scultore scozzese, l’ha immaginata e riproposta in legno e acciaio, metafora della condizione del filosofo esiliato antinazista negli Stati Uniti. L’esilio americano è inoltre evocato dall’ingrandimento di una fotografia dell’interno di villa Aurora a Los Angeles, frequentata da Adorno e da altri esuli tedeschi negli anni quaranta. La casa di Adorno, secondo Roelstraete, si configura come sintesi potente della “persistente infatuazione con cui la filosofia moderna ha guardato alle fantasie di fuga e all’architettura dell’archetipo” (D. Roelstraete, Trois machines à penser, Fondazione Prada,2018).

Oltre alla ricostruzione dei luoghi e degli spazi nei quali si rifugiarono e operarono i tre filosofi, la mostra dedica una sezione al fascino esercitato sulla filosofia dalla figura dell’eremita, con un  focus sulla figura di San Girolamo, autore della traduzione in latino della Bibbia. Dipinti di Bartolomeo Montagna e di Van Steenwick dedicati all’iconografia del santo e un’incisione di Albrect Durer raffigurante San Gerolamo nel suo studio (post 1511), ampiamente nota nell’Europa del Rinascimento, compongono questa interessante sezione storica, che ospita uno straordinario studiolo rinascimentale, in legno intarsiato, al cui interno sono esposte edizioni rare di opere di Heidegger e di Wittgestein, ma anche l’ Essai sur l’architecture dell’abate M.Antoine Laugier, pubblicato nel 1755, che sul frontespizio riproduce la capanna primitiva di Vitruvio.

La parte esterna dello studiolo è circondata dall’installazione site-specific di Alex Finlay dal titolo Hutopia: fra antico e contemporaneo, in linea con l’assunto della mostra. Dalla capanna di Vitruvio, architetto e teorico romano del I secolo a.C., alle costruzioni dei secoli successivi, la riflessione corre ai concetti del costruire, dell’abitare e dello spazio, all’esilio e al ritiro, nel dualismo allegorico baita-rifugio come spazio fisico e spazio del pensare.

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