Quando l’invecchiamento della popolazione <br>incide sulla sostenibilità dei sistemi di welfare

Quando l’invecchiamento della popolazione
incide sulla sostenibilità dei sistemi di welfare

Il processo di invecchiamento della popolazione è già ben visibile nei cambiamenti intervenuti negli ultimi 30 anni nella struttura demografica delle maggiori economie dell’area euro. È un fenomeno destinato ad accentuarsi nei prossimi decenni, con una riduzione della popolazione in età lavorativa rispetto a quella più anziana che invece aumenterà. Per “sterilizzare” questi effetti tutti i principali paesi hanno attuato Riforme dei propri sistemi previdenziali, rivedendo al ribasso le prestazioni e/o innalzando l’età pensionabile. Ma l’invecchiamento potrebbe influenzare in misura molto rilevante anche la crescita economica e avere un impatto negativo sulla produttività. In Germania come in Italia, l’immigrazione già fornisce un contributo positivo alla crescita economica, in prospettiva potrebbe contribuire ancor più a compensare gli effetti negativi della demografia. L’Italia dovrebbe puntare soprattutto ad elevare il tasso di partecipazione femminile e a investire molto più nell’istruzione, in particolare in discipline tecnico-scientifiche, e nella ricerca. La transizione demografica interesserà anche il sistema previdenziale di Inarcassa, modificando gli equilibri tra popolazione attiva e popolazione pensionata; la Riforma contributiva del 2012 ha messo in sicurezza i conti della Cassa ma lo shock demografico previsto dall’Istat nei prossimi 50 anni, appare destinato a ridurre i margini di manovra per le politiche a favore dell’assistenza.

Il processo di invecchiamento della popolazione

Tutte le maggior economie europee, pur con intensità diversa, sono interessate da un forte processo di invecchiamento della popolazione, dovuto sostanzialmente all’aumento della speranza di vita media e ad un rallentamento delle nascite. Il numero medio dei figli per donna, dopo il boom delle nascite degli anni ’60, è andato progressivamente calando.
In Spagna, Italia e Germania, il tasso di fecondità si è avvicinato, intorno al 2000, alla soglia di un figlio per donna, per poi risalire lievemente nel periodo successivo. La Francia, che si contraddistingue per una più alta natalità, si colloca su due figli per donna. La speranza di vita ha registrato, al contempo, miglioramenti significativi: tra il 1990 e il 2010, in soli 20 anni, è aumentata di oltre cinque anni, portandosi a oltre 82 anni in Spagna e Italia, a poco meno di 82 e 81 anni, rispettivamente, in Francia e Germania. Nei prossimi decenni, la popolazione continuerà a invecchiare. In base alle nuove previsioni demografiche Eurostat, la speranza di vita alla nascita dovrebbe portarsi, nel 2060, a 87 anni in Germania e intorno a 88 anni in Italia, Spagna, e Francia (tab. 1.a).
Queste tendenze dovrebbero sostanzialmente confermarsi nei prossimi 50 anni; Germania e Spagna dovrebbero registrare un leggero miglioramento del tasso di fecondità, ancora più contenuto per l’Italia, senza colmare il divario negativo rispetto alla Francia. In seguito a queste tendenze, si modificherà in modo significativo anche la composizione per età della popolazione, con un impatto rilevante sugli equilibri dei sistemi di welfare e dei rapporti inter-generazionali.

 

 

In base alle proiezioni Eurostat, nell’arco temporale dei prossimi 50 anni, il peso relativo della popolazione in età lavorativa dovrebbe passare dall’attuale 67% al 56% nel 2070 (cfr. tab. 2.b), mentre la quota di anziani è prevista in aumento dal 20% a poco meno del 30%.
Nel contesto europeo l’Italia si contraddistin-bili demografiche, considerando anche i flussi migratori, dovrebbe determinare un consistente calo della popolazione italiana (-5 milioni nel 2065). La riduzione sarebbe più sostenuta di quella della Germania, mentre la popolazione crescerà in Francia e Spagna (cfr. fig. 1). Il nuovo scenario demografico Istat è ancora più penalizzante. Le proiezioni evidenziano un progressivo calo della popolazione italiana: nello scenario cosiddetto “mediano”, dai 60,7 milioni del 2016 si dovrebbe passare ai 58,6 milioni del 2045 e a 53,7 del 2065 gue per un quadro demografico meno favorevole. In base ai dati Eurostat, in ipotesi di politiche invariate, l’effetto congiunto delle variabili demografiche, considerando anche i flussi migratori, dovrebbe determinare un consistente calo della popolazione italiana (-5 milioni nel 2065). La riduzione sarebbe più sostenuta di quella della Germania, mentre la popolazione crescerà in Francia e Spagna (cfr. fig. 1). Il nuovo scenario demografico Istat è ancora più penalizzante. Le proiezioni evidenziano un progressivo calo della popolazione italiana: nello scenario cosiddetto “mediano”, dai 60,7 milioni del 2016 si dovrebbe passare ai 58,6 milioni del 2045 e a 53,7 del 2065 (fig. 2).

 

 

La ragione delle differenze tra le stime Istat rispetto a quelle Eurostat risiede sostanzialmente nel differente dato relativo al saldo migratorio con l’estero, elemento essenziale anche per la previsione degli scenari occupazionali. Nello scenario Istat “mediano”, è previsto un flusso netto annuo in entrata di circa 150 mila immigrati; l’Eurostat, al riguardo, ipotizza per l’Italia un flusso annuo più sostenuto.
Questi andamenti demografici avranno effetti significativi su diversi comparti della spesa pubblica, a partire da quella previdenziale e socio-sanitaria, e dunque sulla sostenibilità della finanza pubblica italiana; dovrebbero produrre effetti, a politiche invariate, anche in termini di crescita economica.
In base alle previsioni della Commissione Ue, in Europa i settori del welfare che registreranno, tra 50 anni, gli incrementi di spesa più consistenti sono la sanità e la LTC (fig. 3): la spesa per assistenza sanitaria in rapporto al PIL dovrebbe crescere dall’attuale 7% al 7,7%, mentre la spesa per le cure alle persone non autosufficienti dovrebbe quasi raddoppiare (dall’1,7% al 3%). La spesa per pensioni, che risente del processo di invecchiamento della popolazione, è prevista sostanzialmente stabile intorno al 12%, per effetto delle riforme attuate negli ultimi decenni.
Considerando il solo effetto delle dinamiche demografiche, la spesa per pensioni nell’area Euro è prevista in crescita, nel 2060, di ben 7,5 punti di Pil, che sarebbero completamente “compensati” dai risparmi derivanti dalle riforme dei sistemi previdenziali. Nel periodo intermedio, tuttavia, la fuoriuscita delle generazioni del baby boom determinerà aumenti della spesa per pensioni. Il dato medio nasconde ovviamente dinamiche differenziate dei singoli paesi.

 

 

 

Le conseguenze sulla crescita

L’invecchiamento della popolazione ha effetti indiretti anche sulla produttività del lavoro e sul potenziale di crescita economica delle maggiori economie. La produttività del lavoro è condizionata da elementi legati all’organizzazione dei processi produttivi e al grado di innovazione e competitività delle imprese e dei lavoratori.
Anche l’innovazione e la competitività risentono dell’invecchiamento della popolazione. Il “canale di trasmissione” è rappresentato dal fatto che la forza lavoro più anziana troverebbe più “faticoso” l’adattamento ai cambiamenti richiesti dall’innovazione tecnologica. Quest’ultimo aspetto, dunque, assegna all’invecchiamento della popolazione un impatto ben maggiore sulla crescita di quello derivante dal mutato rapporto tra lavoratori e pensionati. Per il periodo 1984-2014, il Fondo Monetario ha stimato che la crescita della coorte di lavoratori “anziani” (tra 55 e 64 anni) nell’area Euro ha condotto ad una riduzione della produttività totale dei fattori di 0,1 punti percentuali per anno (cfr. fig. 4.a).
In prospettiva, l’impatto sarebbe maggiore: considerando le previsioni sull’invecchiamento della popolazione, nei prossimi decenni la perdita di produttività totale potrebbe aggirarsi attorno a -0,2 punti percentuali per anno (cfr. fig. 4.b). In Italia, l’effetto sarebbe ancora più ampio ed è stato stimato in circa mezzo punto percentuale in meno all’anno nei prossimi vent’anni.
In ambito europeo, l’Italia si è collocata, negli ultimi 30 anni, nelle ultime posizioni quanto a crescita della produttività. Le cause di questo ritardo sono principalmente legate alla bassa competitività del sistema industriale. L’andamento della produttività italiana, assieme agli scenari demografici precedentemente descritti, delinea un quadro poco favorevole per le prospettive di crescita. Scomponendo la crescita del Pil nella somma di una componente demografica e di una componente di produttività, emerge l’importanza, da un lato, di politiche volte a contrastare l’invecchiamento della popolazione e il conseguente calo demografico, dall’altro, il rischio, in loro assenza, di un peggioramento delle prospettive di crescita dell’economia italiana nel lungo periodo.

 

Gli effetti sui sistemi di welfare

I nuovi scenari demografici delineati per l’Italia, sia dall’Istat sia in sede europea, determineranno effetti negativi sugli equilibri del sistema previdenziale e degli altri comparti del welfare, in primo luogo sulla spesa sanitaria e sulla LTC, più direttamente esposte al processo di invecchiamento della popolazione.

 

 

 

Le previsioni di medio-lungo periodo del sistema di welfare italiano elaborate dal Mef, che recepiscono gli effetti del nuovo quadro demografico meno favorevole, evidenziano infatti una maggiore futura spesa in rapporto al Pil. Più in particolare, queste previsioni sono state realizzate in due diversi scenari: i) lo scenario nazionale base, che recepisce le nuove proiezioni demografiche Istat e il quadro macroeconomico elaborato dal Mef; ii) lo scenario europeo EPC-WGA1, che recepisce le ipotesi demografiche e macroeconomiche elaborate in sede europea.
Nello scenario nazionale, la spesa per pensioni raggiungerebbe il 16,3% del Pil intorno al 2040-2045, per scendere gradualmente al 13,1% nel 2070; nello scenario “europeo”, il rapporto della spesa sul Pil dovrebbe registrare una crescita ancor più sostenuta, portandosi al 18,5% nel 2040 e al 13,9% nell’ultimo anno di previsione (cfr. fig. 5). La spesa per LTC evidenzia un profilo crescente in rapporto al Pil, con una forchetta che si va ad ampliare fino ad arrivare, alla fine del periodo di simulazione, al 2,5% per lo scenario nazionale e al 2,7% per quello europeo. La diversa evoluzione della spesa pensionistica e della LTC sul Pil è sostanzialmente riconducibile al differente quadro demografico e macroeconomico adottato in sede nazionale e in sede europea. In particolare, il diverso profilo di spesa sul Pil è imputabile quasi interamente alle sfavorevoli ipotesi di crescita economica previste per l’Italia in sede europea, che riducono fortemente il trend di crescita del Pil.
Nello scenario nazionale, l’adozione delle nuove previsioni demografiche Istat ha riflessi sulla crescita economica: con una riduzione del Pil dello 0,2-0,3%, attestandosi all’1,21,3%, rispetto all’1,5% delle precedenti previsioni. A fronte di una riduzione dell’occupazione, determinata dal calo della popolazione in età attiva, il tasso di crescita della produttività rimarrebbe dunque sostanzialmente invariato.
Nello scenario “europeo” viene prevista per l’Italia, a differenza dello scenario nazionale, una forte riduzione del tasso di crescita della produttività, che comprime fortemente la crescita del Pil.

 

A questo andamento, si associa inoltre un tasso di disoccupazione più elevato su tutto il periodo di previsione. È proprio questa diversa ipotesi sulla produttività che fa innalzare il rapporto della spesa per pensioni sul Pil rispetto allo scenario nazionale base.

 

Demografia, crescita e immigrazione

Uno dei fattori che ha influenzato e continua ad influenzare la produttività dell’economia italiana è il fattore demografico, al cui interno gioca un ruolo rilevante il demographic dividend, definito come rapporto tra forza lavoro e popolazione residente.

Dopo un contributo positivo negli anni ‘70 e ’80, in cui la generazione dei baby boomers entra in massa nella forza lavoro, a partire dagli anni ’90 il demographic dividend ha un effetto negativo sulla crescita economica. In questa “seconda fase” diventa fondamentale il ruolo della componente migratoria, come fattore di attenuazione degli effetti al ribasso della popolazione sul Pil.
Analisi della Banca d’Italia evidenziano il ruolo negativo della demografia sulla crescita economica già a partire dagli ultimi due decenni. Crescita dell’occupazione e dividendo demografico hanno infatti assunto un segno negativo a partire da inizio secolo, mentre il contributo della produttività rimane una componente marginale della crescita totale. Quanto agli scenari futuri, per l’Italia il demographic dividend risulterebbe negativo nei prossimi quattro decenni, compensato solo parzialmente dall’immigrazione. Non si tratta di un fenomeno limitato all’economia italiana; anche gli altri principali paesi europei saranno caratterizzati da un demographic dividend di segno negativo nei prossimi 50 anni, inclusi quei paesi come la Francia che presentano variazioni positive della popolazione.
Le implicazioni di policy che ne derivano sono volte all’attuazione di politiche volte all’allungamento della vita lavorativa, alle politiche di genere per incrementare l’offerta di lavoro femminile e a politiche volte a favorire migliori livelli di istruzione, in modo particolare nelle materie tecniche e scientifiche, per potenziare il capitale umano alla luce degli stretti legami con la produttività del lavoro. Gli effetti negativi della demografia sulla crescita economica sono stati mitigati in tutte le maggiori economie europee dai flussi migratori. Questo si è verificato anche in Italia, che è stata raggiunta da un sempre maggior numero di migranti che hanno un più elevato tasso di occupazione rispetto ai cittadini italiani (fig. 7).

 

Il contributo positivo dell’immigrazione sul Pil è dovuto a ragioni di composizione demografica. La forza lavoro giovane (in età 15-39) ha infatti ricevuto un contributo sostanziale dai cittadini stranieri, che, nel Nord Italia, rappresentano ben il 22% della popolazione (fig. 8). Senza il loro contributo, la contrazione dell’economia durante la crisi sarebbe stata ben più marcata.

 

Le implicazioni del cambiamento demografico su Inarcassa

Le sfavorevoli dinamiche demografiche della popolazione italiana sono destinate in prospettiva a influenzare anche Inarcassa. Gli over 50 che rappresentano oggi circa un terzo degli iscritti alla Cassa, nel 2030 dovrebbero essere uno su due dell’intera popolazione di iscritti e pensionati.
La figura 9 riproduce la piramide demografica della popolazione di iscritti e pensionati di Inarcassa dal 2000 al 2045. Le basi della piramide sono rappresentate dai giovani professionisti iscritti alla Cassa. Nel 2000 gli under 40 erano il 53% degli associati (31% maschi e 12% femmine); 15 anni dopo erano il 30% e nel 2030 si prevede che saranno ancora meno, il 23% circa.
Le dinamiche relative all’aspettativa di vita della popolazione italiana accelerano questo processo di invecchiamento della popolazione di Inarcassa. Nell’ultimo quinquennio, l’incremento della durata di vita residua attesa a 65 anni, rilevato dall’Istat per l’intera popolazione italiana, è stato di poco inferiore agli otto mesi; nello stesso periodo le tavole di mortalità “specifiche” di Inarcassa hanno evidenziato un incremento della speranza di vita degli ingegneri e architetti di circa 9 mesi.
Più in generale, il confronto tra le due tavole di mortalità (Istat e “specifica” Inarcassa) mostra una speranza di vita dei liberi professionisti iscritti alla Cassa più elevata rispetto alla popolazione generale italiana, per effetto di una relazione negativa tra mortalità e redditi: in media individui con redditi più elevati vivono più a lungo rispetto a individui con redditi più bassi, per una serie di motivi che non sono solo medici, legati cioè alla possibilità di accedere a cure migliori ma che interessano anche il grado di istruzione e altri fattori collegati. A 63 anni, la speranza di vita di un ingegnere o architetto libero professionista risulta, in media, più elevata di 2,7 anni rispetto al resto della popolazione italiana; il divario si riduce al crescere dell’età fino ad azzerarsi dopo gli 86 anni di età.

 

In alcuni lavori realizzati dall’Ufficio Studi, la relazione inversa tra mortalità e reddito è stata riscontrata anche all’interno di una categoria relativamente omogenea come quella degli ingegneri e architetti liberi professionisti. Anche per i liberi professionisti, la forte correlazione dei redditi con le componenti cicliche dell’economia appare strettamente legata anzitutto alle componenti demografiche. A inizio anni 2000, la forte crescita del monte redditi di Inarcassa è stata trainata dalla dinamica delle iscrizioni, mentre quella del reddito medio è risultata di più contenuta. Il crollo del settore delle costruzioni, che ha preso avvio da 2007 con lo scoppio della bolla immobiliare, ha determinato forti riduzioni dei redditi medi della categoria, trascinando il monte redditi – nell’ultimo quinquennio – in territorio negativo (cfr fig. 8).
La Riforma contributiva di Inarcassa del 2012 è intervenuta per contrastare in primo luogo queste dinamiche demografiche sfavorevoli, modificando il metodo di calcolo delle prestazioni previdenziali. Da un sistema di tipo retributivo, poco collegato al contesto macroeconomico e demografico di riferimento, si è passati ad un sistema di tipo contributivo, dove i principali parametri per il calcolo della pensione (tasso di capitalizzazione dei montanti e coefficienti di trasformazione) sono strettamente collegati, alle dinamiche reddituali, occupazionali e demografiche degli ingegneri e architetti iscritti alla Cassa.
Le proiezioni di Bilancio tecnico mostrano gli effetti prodotti dalla riforma: alla sostanziale parità del livello della contribuzione segue una spesa pensionistica in riduzione e in tendenziale allineamento con le entrate contributive (cfr. fig. 12).
Gli effetti dell’invecchiamento della popolazione sono evidenti non solo da lato della spesa previdenziale ma anche per quanto riguarda quella assistenziale. I dati più recenti sulla polizza sanitaria di Inarcassa hanno evidenziato che il 50% della spesa per sinistri era relativo a professionisti con più di 65 anni di età, che rappresentavano poco più del 17% dei potenziali beneficiari. Questa spesa per assistenza è destinata in prospettiva a crescere per il progressivo “invecchiamento della popolazione” e contribuisce a spiegare le modifiche introdotte dal lato dei beneficiari della polizza sanitaria. 

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