San Vincenzo al Volturno <br> Il grande “cantiere” <br>dell’Alto Medioevo

San Vincenzo al Volturno
Il grande “cantiere”
dell’Alto Medioevo

A circa due chilometri a valle delle sorgenti del Volturno, adagiato sulla piana di Rocchetta e protetto dalla catena delle Mainarde, si trova il monastero benedettino di San Vincenzo al Volturno.
Il Chronicon Vulturnense, scritto da un monaco di nome Giovanni agli inizi del XII secolo, racconta le vicende del cenobio a partire dalla sua fondazione nei primi anni dell’VIII secolo. Fortemente sostenuto sin dall’inizio dall’aristocrazia longobarda beneventana, San Vincenzo può godere di privilegi ed esenzioni fiscali, oltre che di importanti acquisizioni territoriali, che ne accrescono notevolmente il patrimonio e il ruolo politico nel Mezzogiorno. Oggetto di particolari attenzioni da parte di Carlo Magno, il monastero si trova proiettato in uno scenario “europeo” che – grazie anche alla favorevole politica degli imperatori di Sassonia – trasformerà il primitivo insediamento religioso in una vera e propria città monastica. Le uniche battute d’arresto al suo sviluppo sono segnate da un disastroso terremoto nell’847 e da sanguinose incursioni saracene, che costringono la comunità ad abbandonare il sito per circa 80 anni.

 


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Cripta di Epifanio – Il martirio di San Lorenzo

 

Il ritorno dei monaci aprirà una nuova grande fase di ricostruzioni che procede fino agli inizi dell’abbaziato di Ilario (1011-1045), per poi interrompersi dopo il 1030, sotto la minaccia delle locali famiglie normanne. Infine, dopo una breve fase di ripresa (anni ‘60 dell’XI secolo), l’abate Gerardo deciderà per il definitivo trasferimento della comunità sulla riva opposta del Volturno, dove nel 1115 papa Pasquale II consacrerà la nuova abbazia. Oggi, San Vincenzo al Volturno è il sito archeologico di età altomedievale più importante d’Europa. Un esempio insuperabile per capire cosa dovesse essere un grande monastero dell’età di Carlo Magno, quando questi insediamenti furono i principali depositari della cultura e della spiritualità europea. Il Molise custodisce un tesoro d’inestimabile importanza, che l’archeologia sta pazientemente riscoprendo, evidenziando come complessi come questo siano in grado di raccontare le modalità con le quali l’eredità tecnologica dell’architettura e dell’ingegneria dell’età romana fossero sopravvissute al crollo del mondo antico.
Scoperto fortuitamente nel 1832 – quando viene alla luce il bellissimo ciclo di affreschi della cripta di Epifanio – l’insediamento è oggetto di indagini archeologiche sistematiche, avviate da don Angelo Pantoni dell’Abbazia di Montecassino (fra la metà degli anni ‘50 e la fine degli anni ‘60) e proseguite prima con la missione archeologica britannica (Università di Sheffield, poi British School at Rome e infine University of East Anglia, fra 1980 e 1997) e poi dall’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli (dal 1998 a oggi). Gli interventi di scavo sono stati oggetto di finanziamenti da parte della Regione Molise fra 1994 e 1997, per il tramite dell’Abbazia di Montecassino e poi, dal 2000 al 2007, da parte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, che ha continuato l’intervento, soprattutto per migliorare l’accessibilità dell’area.
Gli scavi hanno messo in luce buona parte delle strutture monastiche che occupano una superficie di oltre 10.000 mq. Il primo nucleo insediativo è localizzato a nord dove – sulle fabbriche di un precedente insediamento tardoromano – si innesta un compatto nucleo architettonico costituito da una chiesa con terminazione trilobata, che insiste su una cripta (la Cripta di Epifanio) decorata da un elegante ciclo di affreschi, una seconda chiesa, un giardino porticato, un grande refettorio con bancali in muratura per le sedute ed una sala per le riunioni cui si accede tramite un vestibolo.
Particolare menzione meritano questi affreschi che rappresentano forse il ciclo pittorico più importante dell’alto medioevo europeo. Coniugano, infatti, la capacità di riassumere l’intero universo della cultura religiosa di quell’epoca in un locus limitatissimo, con il loro eccezionale carattere artistico, costituendo un unicum assolutamente rilevante e privilegiato. Ulteriore rilevanza deriva dallo stato di pressoché integrale conservazione, che ne permette un’analisi di natura stilistica e iconografica molto dettagliata. Data, inoltre, la presenza del ritratto dell’abate Epifanio come vivente, se ne può collocare l’esecuzione al periodo in cui questi resse l’Abbazia di San Vincenzo, e cioè fra l’824 e l’842.

 

Cripta di Epifanio – Arcangeli

 

A dire il vero, indagini recenti sulle superfici pittoriche hanno rivelato che la figura dell’abate fu realizzata in un secondo momento, ma è comunque molto probabile che si possa collocare al massimo nei primi anni del IX secolo. Gli affreschi narrano in chiave cristiana la rivelazione del mistero della vita dopo la morte e, per far ciò, attingono a piene mani al testo dell’Apocalisse di San Giovanni e al commento che ne fece l’abate teologo Ambrogio Autperto, vissuto a San Vincenzo nell’VIII secolo.

 

La cappella di S. Restituta a Nord della Basilica. Particolare del pavimeto in opus sectile

 

Sul fronte occidentale di queste strutture si sviluppa un corridoio che collega quest’area alla zona sud, in cui  si erge la Basilica Maior consacrata nell’808. Questo corridoio, che si apre con un loggiato verso l’area centrale del monastero, insieme ad un altro passaggio in origine coperto a ridosso del Refettorio, costituiscono rispettivamente i bracci ovest ed est del chiostro.

All’interno del chiostro sono visibili le fondazioni in muratura del Lavatorium che doveva avere una copertura in legno e paglia. Alle spalle del corridoio est si trovano invece i due ambienti adibiti a cucina (con camere di combustione e focolare in laterizi) e l’anticucina. La Basilica ha una pianta a tre navate concluse da un’abside e divise da due file di 12 colonne in marmo di riutilizzo. La zona presbiteriale poggia sulla cripta semianulare, la cui camera cruciforme, Cripta di Giosuè, che conserva ancora cospicue tracce di decorazione con splendidi affreschi, è posta direttamente sotto l’altare.
In seguito alle ricostruzioni tra X e XI secolo, che portano all’edificazione dell’atrio con tre bracci porticati, si rende necessaria la realizzazione di un ingresso frontale con scalinata monumentale, cui seguirà (nella prima metà dell’XI secolo) la realizzazione di un’imponente torre in facciata affiancata da due strutture turrite più basse.
In questa fase, l’originario ingresso all’edificio abbaziale, sul suo lato nord, va in disuso prima di fungere da accesso alla cappella di santa Restituta, edificata sul finire dell’XI secolo.
L’insediamento, protetto a ovest dal Colle della Torre sulla cui cima si colloca un grande edificio turrito (in un’area precedentemente destinata ad uso funerario), doveva essere racchiuso da un recinto murario. Questo è stato rintracciato solo in parte nel settore nord a ridosso del Volturno dove, insieme a un sistema di banchine lignee, doveva collocarsi anche uno degli accessi al cenobio.

 

Ricostruzione 3d del sistema della banchine fluviali nell’area Nord del sito

 

Grazie alle decennali ricerche archeologiche emerge che il sito monastico, quasi senza soluzione di continuità tra VIII e prima metà dell’XI secolo, doveva presentarsi come un grande cantiere in costante evoluzione, all’interno del quale è possibile osservare tutte le fasi dell’attività edilizia: cavatura, lavorazione, trasporto e messa in opera. Il pendio orientale del Colle della Torre ad esempio, è stato trasformato in una grande cava a gradoni, successivamente sistemati per alloggiare i corridoi coperti che collegavano i corpi di fabbrica dell’insediamento posti a differenti quote.
Mentre sulla riva destra del Volturno recentemente è stato rintracciato un fronte di cava, costituito da un’ampia superficie rocciosa interessata da tagli longitudinali atti all’asportazione di grandi blocchi (lunghi circa 1 m) alcuni dei quali lasciati in situ in fase di distacco, ossia con una superficie ancorata alla roccia emergente.
Si tratta di una cava a fossa, tipica delle zone pianeggianti, in cui l’estrazione avviene tramite l’impiego di cunei in ferro o legno, deformati con l’uso di acqua attinta dal Volturno che scorre a pochi metri di distanza.
La presenza di piccoli fori circolari di 3-4 centimetri, effettuati con trapano in prossimità degli spigoli dei blocchi, potrebbe suggerire inoltre la pratica di “markers” per la definizione del posizionamento e delle dimensioni dei blocchi da tagliare.
L’impiego di questi grandi elementi litici suggerisce la presenza di un’organizzazione piuttosto articolata del cantiere, che doveva prevedere l’uso di macchine per il sollevamento e lo spostamento dei blocchi stessi e di conseguenza la presenza di manodopera altamente specializzata e gerarchizzata costituita da scalpellini, muratori, fabbri e falegnami. Accanto ai blocchi cavati e squadrati in loco, si nota anche l’abbondanza di altre pezzature sottoposte a fasi di lavorazione e sbozzatura – che dobbiamo immaginare avvengano nei pressi dell’edificio oggetto di lavori – e materiali romani di reimpiego riadattati a nuova funzione, tramite uso di seghe a pendolo, gradine, scalpelli e subbie.
Il processo di messa in opera dei materiali – che produce diversi tipi di tecniche murarie che vanno dai paramenti a grandi blocchi alle murature incerte con o senza filari di orizzontamento – si caratterizza anche per la produzione di malta, ben attestata dal rinvenimento di grandi miscelatori per la preparazione del grassello. Individuati in contesti sia di IX che di XI secolo e posti sempre in prossimità di edifici in fase di costruzione o di restauro, queste strutture provvisorie potevano prevedere un sistema di pali collegati a un sostegno verticale centrale e azionati da forza umana o animale (“tipo Gutscher”), ovvero lo scavo di una semplice buca circolare in cui mescolare il composto con uso di pale e bastoni.
La comunità monastica nel IX secolo presenta tutte le caratteristiche di una completa autosufficienza, dimostrata dal vasto campionario di prodotti edilizi realizzati nelle officine monastiche, quali ad esempio vetri e listelli in piombo per finestre, legni per infissi e travi portanti, materiali fittili di vario genere. Questi ultimi, piuttosto rari negli altri cantieri monastici regionali, comprendono laterizi piani da pavimentazione e da copertura, coppi, tubuli e tegole per il deflusso delle acque.
La presenza sistematica di contrassegni incisi a fresco sugli esemplari fa inoltre presupporre un serrato sistema di stoccaggio – cui dovevano sovraintendere i monaci stessi – con controllo della qualità e conteggio del pagamento da versare ai fornaciai.
Comprendiamo quindi, grazie ai dati di scavo, quale possa essere stato lo sforzo ingegneristico non solo volto all’edificazione delle fabbriche monastiche – come la Basilica Maior e il recinto difensivo lungo il Volturno – ma anche nel risolvere complicazioni logistiche dovute all’orogenesi dell’area in cui sorge l’insediamento.

 

Miscelatori e vasche per il grassello degli scavi del monastero

 

Quest’ultima, caratterizzata da notevoli dislivelli e salti di quota, ha reso necessari numerosi collegamenti verticali tra un edificio e l’altro, che possiamo apprezzare nelle eleganti scalinate in muratura ancora visibili nel sito archeologico, ma anche nei complessi sistemi di captazione e deflusso delle acque piovane che, con canalette in muratura e in laterizi dall’alto del colle giungono fino al fiume.
Conoscenze tecniche e ampie disponibilità economiche hanno reso San Vincenzo al Volturno uno dei più grandi cantieri e luoghi di sperimentazione dell’Europa carolingia, divenuto poi modello architettonico e culturale nel Mezzogiorno medioevale.
La quantità e la varietà dei reperti rinvenuti nel corso degli scavi – oggi custoditi presso il Museo Archeologico nazionale di Venafro (IS) – fanno sì che oggi San Vincenzo al Volturno rappresenti il luogo di maggior concentrazione, in Europa, di opere di arte e artigianato appartenenti all’Alto Medioevo, uno dei periodi meno conosciuti della nostra storia.

 

Epigrafe del sacerdote Tamfrid (primo quarto del IX secolo)

 

Insomma, San Vincenzo al Volturno merita senza dubbio, già di per sé, un viaggio, che si trasformerà presto nella scoperta del Molise, una delle regioni meno conosciute, ma più affascinanti d’Italia che concentra, in pochi chilometri quadrati, una varietà di paesaggi e una ricchezza di memorie storiche (dalla più remota preistoria all’età moderna) che hanno pochi paragoni nel nostro Paese. 

Hanno collaborato: Federico Marazzi, professore ordinario di Archeologia cristiana e medievale – Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, Napoli; Alessia Frisetti, dottore di ricerca in Archeologia e specializzata in Beni archeologici, membro del direttivo della Società degli Archeologi medievisti italiani – Università Suor Orsola Benincasa, Napoli; Francesco Di Turi, architetto.

Testina in avorio di ippopotamo raffigurante un

monaco (metà circa del IX secolo)

 

 

 

 

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