Internazionalizzazione: si parte!

Internazionalizzazione: si parte!

Dopo una prima fase conoscitiva, varato un progetto per dare una risposta concreta e percorribile ai colleghi che intendono cimentarsi in questa sfida

Nel numero precedente della Rivista si è introdotto il tema dell’internazionalizzazione inteso come nuova via da percorrere per consentirci, in un momento per noi architetti e ingegneri molto difficile, di “allargare la torta”. Questa pessima metafora ci fa però immediatamente capire quali sono gli obiettivi da perseguire.

Se nel nostro Paese c’è uno svantaggiosissimo rapporto tra domanda e offerta, in molti Paesi del mondo vi è invece una notevole domanda di architettura e di ingegneria. A volte anche in luoghi insospettabili, quali, ad esempio, il Messico, il Sud America o alcuni Stati africani. E poi ci sono gli Stati a tutti noti come l’Iran, gli Emirati Arabi, la Cina, area maghrebina e altri dell’Estremo Oriente. Ma anche più vicini a noi come la Georgia o la Polonia.

Il Comitato dei Delegati di Inarcassa ci ha dato il compito di esplorare questo nuovo mondo per la professione e di operare concretamente per aiutare gli iscritti a cercare nuovo lavoro con commesse estere.

Il tema è difficilissimo, da molto se ne parla negli ambiti professionali ma in concreto è stato fatto veramente poco.Noi, dopo aver individuato delle direttrici informative, abbiamo iniziato gli approfondimenti. Alla fine di questa prima fase conoscitiva abbiamo stilato un progetto ove sono stati individuati dei percorsi che ci porteranno, almeno lo

speriamo vivamente, a dare una risposta concreta e percorribile, in tempi medio-brevi, a tutti i colleghi che intenderanno cimentarsi in questa nuova sfida.

Due sono le modalità individuate per l’attuazione dell’internazionalizzazione di architetti e ingegneri: la prima è rivolta a se stessi. Sono proprio gli ingegneri e gli architetti che si “internazionalizzano” cercando di acquisire direttamente commesse all’estero. Una seconda possibilità è quella di arrivare al lavoro estero insieme alle imprese costruttrici. Sono due approcci diversi ma che vedono, almeno nel percorso da noi studiato, quali attori principali proprio noi professionisti.

Nella prima tipologia: “internazionalizziamo noi stessi” – l’obiettivo finale è creare in alcuni stati esteri, quelli individuati come più appetibili, una rete di supporto concreto ai colleghi, rete che sia in grado di dare tutte le risposte in termini di conoscenze normative e procedurali, notizie ed elenchi di occasioni di lavoro, supporti logistici, contatti istituzionali e operativi.

Nella seconda, invece, risulta molto importante creare un raccordo tra piccole e medie imprese, che desiderano anch’esse cimentarsi con il lavoro all’estero. Sono molte, infatti, le occasioni di lavoro all’estero che prevedono il “pacchetto completo”: progetto e opere. Anche in questo caso il nostro ruolo di progettisti potrà/dovrà essere centrale sia in ordine alla ricerca delle occasioni di lavoro, sia nel coinvolgimento delle imprese. In questa tipologia come Fondazione dovremo cercare i raccordi con le Associazioni imprenditoriali di categoria in modo da poter creare, anche territorialmente, i possibili raggruppamenti. In ANCE, ad esempio, già in numerose province vi è una sezione dedicata all’internazionalizzazione.

Il nostro progetto necessita di questo percorso: informazione, formazione, conoscenza e accreditamento.

Per fare tutto questo la Fondazione ha ritenuto di creare uno specifico Dipartimento con una struttura propria, diretta da un consulente, un commercialista. Il dott. Filippo Maria Invitti di Roma, che per la propria Fondazione di categoria già da anni ha avviato un percorso di internazionalizzazione per i commercialisti, dovrà procedere in tutte le attività finalizzate all’obiettivo internazionalizzazione.

La prima attività, già avviata, riguarda l’accreditamento presso tutte le strutture istituzionali che si occupano di promozione del lavoro e dei prodotti italiani all’estero: Ministero degli Esteri, Mise, Sace, Simest e altri e, nel contempo, avviare, attraverso un protocollo da sottoscriversi con Assocamere estero, un rapporto attivo con le Camere di Commercio all’Estero. Queste ultime, a differenza di quelle nazionali, sono di natura privata e garantiscono un efficiente raccordo e aiuto negli ambiti da loro presidiati. Non sono in tutto il mondo, però sono presenti in 54 Stati esteri e, quindi, offrono già una discreta copertura territoriale. Nei luoghi di nostro interesse che non fossero presenti dovremo sicuramente creare modalità di raccordo con altre strutture che ci possano garantire una copertura di rete.

Un altro compito della Fondazione è quello di sensibilizzare il mondo politico, soprattutto quello governativo, per poter avere anche noi professionisti un aiuto concreto, al pari delle altre categorie, in questa attività di internazionalizzazione. Anche se il momento politico è oggi distratto da altri problemi i primi riscontri paiono positivi. Ma anche su questo si dovrà lavorare con grande attenzione.

Ma se la Fondazione può, con impegno, progettualità e risorse creare i presupposti per consentire a noi liberi professionisti di avere l’occasione di lavoro all’estero è altrettanto importante che noi, per la parte che ci compete individualmente, a questa attività ci si prepari. Da anni sentiamo dire che le nostre strutture sono troppo esigue, che dobbiamo creare dei momenti di concentrazione tali da formare studi professionali articolati capaci di meglio competere, anche per risorse, nel mercato. A questa chiamata, colpevole anche la crisi, non vi è stata fino ad ora adeguata risposta. Nei processi di internazionalizzazione, però, questo rafforzamento delle strutture professionali sarà indispensabile. Forse con la volontà di cimentarsi con il lavoro all’estero vi sarà l’occasione per riunire le nostre forze, le nostre professionalità e maturare tutti professionalmente.

Oltre a questo fondamentale passo, per sperare di avere successo all’estero dovremo formarci adeguatamente e anche questo sarà un altro aspetto su cui la Fondazione dovrà aiutarci.

Il cammino è difficile ma, come già il CND, anche noi crediamo che questa occasione vada percorsa con l’impegno e l’entusiasmo che la Fondazione ha già dimostrato di possedere.

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